Possiamo conoscere perfettamente le ragioni delle nostre paure, riconoscere gli schemi che ripetiamo e persino sapere da dove provengono. Eppure, quando arriva il momento, qualcosa dentro di noi sembra prendere il sopravvento. Perché accade?
È un’esperienza piuttosto comune in psicoterapia.
«So benissimo che non dovrei reagire così.»
«Ho capito perché nelle relazioni mi comporto sempre nello stesso modo.»
«So che questa paura è irrazionale, ma continuo ad averla.»
A volte abbiamo compreso molto di noi stessi. Conosciamo la nostra storia, sappiamo riconoscere alcune dinamiche familiari, individuiamo con una certa precisione gli schemi che tendiamo a ripetere.
E tuttavia continuiamo a soffrire.
Questo non significa che la comprensione sia inutile. Al contrario: dare un significato alla propria esperienza rappresenta una parte fondamentale del processo psicoterapeutico. Ma comprendere qualcosa e riuscire a modificarlo non sono necessariamente la stessa cosa.
La nostra esperienza non è fatta soltanto di pensieri
Per molto tempo abbiamo immaginato la mente come qualcosa di relativamente separato dal corpo: pensieri da una parte, emozioni e reazioni fisiologiche dall’altra.
Oggi questa distinzione appare sempre meno sostenibile.
Quando percepiamo una minaccia — reale oppure soltanto evocata da una situazione che richiama esperienze precedenti — non reagiamo esclusivamente attraverso il pensiero. Cambiano il respiro, la tensione muscolare, il battito cardiaco, l’attenzione. Il nostro organismo si prepara ad affrontare ciò che sta accadendo.
Tutto questo può avvenire prima ancora che riusciamo a formulare consapevolmente ciò che proviamo.
Possiamo quindi sapere che una situazione non è realmente pericolosa e, contemporaneamente, sentire il corpo comportarsi come se lo fosse.
È uno dei motivi per cui frasi come «non pensarci», «devi tranquillizzarti» o «non hai motivo di avere paura» raramente producono un cambiamento significativo.
Il problema non è la mancanza di informazioni.
Gli schemi che ripetiamo hanno avuto una funzione
Anche alcuni comportamenti che oggi ci fanno soffrire possono essere compresi in questa prospettiva.
Evitare un conflitto. Cercare continuamente rassicurazioni. Controllare ogni dettaglio. Non fidarsi. Compiacere gli altri. Ritirarsi quando una relazione diventa troppo importante.
A prima vista possono sembrare semplicemente comportamenti irrazionali o disfunzionali.
Ma spesso non sono nati casualmente.
In determinati momenti della nostra storia hanno rappresentato modi per proteggerci, mantenere una relazione, ridurre l’ansia o rendere più prevedibile un ambiente percepito come incerto.
Il problema nasce quando una strategia che un tempo aveva una funzione diventa rigida.
Continuiamo allora ad applicarla anche quando il contesto è cambiato.
È come se una parte della nostra esperienza continuasse a rispondere al presente utilizzando una mappa costruita nel passato.
Il ruolo delle relazioni
Molti dei nostri modi di stare con gli altri si sono formati proprio all’interno delle relazioni.
Abbiamo imparato, spesso implicitamente, cosa aspettarci dagli altri, quanto possiamo fidarci, cosa accade quando mostriamo fragilità, come ottenere vicinanza oppure come proteggerci dalla possibilità di essere feriti.
Per questo alcuni schemi emergono con particolare forza proprio nelle relazioni più importanti.
Possiamo desiderare profondamente la vicinanza e nello stesso tempo temerla.
Possiamo avere bisogno dell’altro e contemporaneamente cercare di controllarlo.
Possiamo temere di essere abbandonati e mettere in atto comportamenti che finiscono per allontanare proprio le persone che vorremmo accanto.
La psicoterapia offre una possibilità particolare: questi modi di stare in relazione non vengono soltanto raccontati, ma possono emergere anche all’interno della relazione terapeutica.
Diventano così qualcosa che può essere osservato, compreso e, progressivamente, sperimentato in modo diverso.
Non tutto ciò che pensiamo deve essere combattuto
Esiste poi un altro paradosso.
Quando compare un pensiero doloroso tendiamo spontaneamente a cercare di eliminarlo.
«Non devo avere paura.»
«Non devo pensare a questa cosa.»
«Devo smettere di sentirmi così.»
Ma il tentativo continuo di controllare l’esperienza interna può finire per amplificarla.
Approcci come l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) propongono una prospettiva differente: non necessariamente cambiare il contenuto di ogni pensiero, ma cambiare il rapporto che abbiamo con ciò che pensiamo e sentiamo.
Un pensiero può essere riconosciuto come un pensiero, non come un ordine o una verità assoluta.
Un’emozione può essere attraversata senza dover essere immediatamente eliminata.
Questo non significa rassegnarsi.
Significa recuperare uno spazio tra ciò che accade dentro di noi e ciò che scegliamo di fare.
Ed è proprio in quello spazio che può comparire una maggiore libertà.
Dal controllo alla regolazione
Anche rispetto alle emozioni può essere utile distinguere due concetti: controllare e regolare.
Controllare significa spesso tentare di impedire che un’emozione compaia.
Regolare significa invece riuscire a riconoscerla, comprenderne i segnali, tollerarne la presenza e modulare il nostro comportamento senza esserne completamente trascinati.
È una differenza importante.
Ansia, rabbia, tristezza e paura non sono errori del sistema. Sono componenti fondamentali della nostra capacità di adattamento.
La difficoltà nasce quando diventano così intense, persistenti o automatiche da ridurre drasticamente le nostre possibilità di scelta.
Modelli come la DBT, la mindfulness e gli approcci orientati alla regolazione corporea lavorano proprio sullo sviluppo di questa capacità: restare presenti nell’esperienza senza esserne sopraffatti.
Il cambiamento come nuova esperienza
Arriviamo così a un punto fondamentale.
Se molti dei nostri schemi si sono costruiti attraverso esperienze ripetute, difficilmente potranno trasformarsi soltanto attraverso una spiegazione.
Abbiamo bisogno anche di nuove esperienze.
Fare esperienza di poter attraversare un’emozione senza fuggire.
Scoprire che possiamo esprimere un bisogno senza necessariamente perdere una relazione.
Accorgerci che un pensiero può essere presente senza determinare automaticamente il nostro comportamento.
Sentire che possiamo restare in contatto con il corpo senza esserne spaventati.
Sperimentare una relazione nella quale possiamo essere visti senza dover continuamente dimostrare qualcosa.
È qui che comprensione ed esperienza cominciano a incontrarsi.
La psicoterapia non diventa allora soltanto il luogo nel quale cerchiamo di capire perché siamo diventati ciò che siamo, ma anche uno spazio nel quale possiamo sperimentare come potremmo essere diversamente.
Comprendere, sentire, scegliere
Forse il cambiamento psicologico può essere pensato attraverso tre movimenti.
Comprendere la propria storia e riconoscere gli schemi che si sono costruiti nel tempo.
Sentire ciò che accade nel presente, nel corpo, nelle emozioni e nelle relazioni, imparando a restare in contatto con l’esperienza senza doverla immediatamente evitare.
E infine scegliere.
Non scegliere ciò che proviamo — perché non sempre possiamo farlo — ma scegliere progressivamente come vogliamo rispondere a ciò che proviamo.
È una libertà più piccola di quella che spesso immaginiamo, ma forse molto più concreta.
Il cambiamento non consiste necessariamente nel diventare una persona diversa.
Può significare diventare meno prigionieri delle risposte che abbiamo imparato nel passato e più capaci di abitare il presente con consapevolezza, flessibilità e possibilità di scelta.

